Quelle che, arrivati i 30, devono “sistemarsi” a ogni costo

Nel gergo nostrano (cioè mio, cioè pugliese) sistemarsi significa ACCASARSI.

Che a sua volta significa sposarsi, figliare, mettere su casa e famiglia.

La carriera? Macché bestemmi?!!? Quale carriera, che te ne fai di una carriera se non hai marito e figli di cui occuparti? Al sud – ma anche al nord, eh! – se a trent’anni non ti sposi sei una fallita. Punto, amen.

Io stessa, pochi giorni prima il festone dei trenta (aspettato con gioia, ché io mica sono una che ha paura del tempo che passa. Anzi: secondo me più invecchio, più divento figa, come il vino), mi sono sentita dire da una delle mie migliori amiche: “Ma quando darai un senso alla tua vita?!”

L’ho fissata sbigottita. Io amo la mia vita e la trovo molto ricca di senso, ma per lei senso della vita = matrimonio.

Vita senza matrimonio = vita senza senso. Cioè sparati che fai prima.

Che poi, io non dico che il matrimonio e i figli non siano una cosa meravigliosa.

Lo sono, fermo restando un piccolo dettaglio in cui credo profondamente, una cosuccia chiamata AMORE. Io, quella considerata cinica, mi sposerei solo per amore.

E non importano gli anni che passano, non m’importa di invecchiare “sola” (ma che sola?! con amici e una famiglia come la mia, io non sarò mai sola!), non mi spaventa vivere e affrontare tutto da me, che la vita è meravigliosa e lo sarà anche a 50, 60, 70, 80 anni.

No, voglio innamorarmi, ma non per dovere di cliché, non per obbligo sociale, non per le chiacchiere di chi vorrebbe importi il suo modo di pensare per condannarti alla sua stessa infelicità.

E no, mie care.

Voi, che a trent’anni suonati vi fidanzate – e nel giro di qualche mese vi sposate – con uomini che a vent’anni nemmeno avreste guardato, che spesso nemmeno vi piacciono (e nemmeno siete brave a nasconderlo), che però guadagnano bene, c’hanno la casa di proprietà e in fondo sono presentabili a mammà e a papà…

Beh, voi mi fate un po’ pena.

Soprattutto perché vi state giocando la vera felicità, quella che sono la realizzazione profonda di sé, il coraggio, l’autonomia, la passione e un amore vero sono in grado di garantire.

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Looking for Happiness: alla ricerca della Felicità.

Sono giorni strani questi, giorni di pensieri contorti e di idee che spesso vanno via prima che riesca ad acciuffarle. Giornate in cui non mi va di fare nulla ma faccio comunque di tutto, e il tempo non basta, i soldi non bastano, il lavoro c’è e non c’è, la crisi si sente e quando ti guardi intorno, senti le storie che ti raccontano, non te la senti nemmeno di lamentarti perché in fondo la maggior parte della gente sta messa peggio di te.

Ma è davvero questo, ciò che voglio dalla vita? Accontentarmi di stare a galla tra la gente che affoga, come se pretendere di più, magari una spiaggetta tutta mia e un asciugamano su cui crogiolarmi al sole, fosse un eresia? Quello che penso, oggi più che mai, è che non bisogna accontentarsi di sopravvivere alla meno peggio. Bisogna pretendere di vivere, di vivere bene, di essere felici… la felicità è un diritto, non è un privilegio.

E allora sento che nella mia vita c’è ancora qualcosa che va cambiato.

Negli ultimi anni ho fatto tanti cambiamenti, ma oggi ho capito che non basta ancora.

Indubbiamente è molto, molto più facile stagnare nelle cose che conosciamo, nei sentimenti che ci sono abituali, nelle situazioni che, per quanto sgradevoli, abbiamo ormai imparato a gestire e in un certo senso a controllare, tuttavia la via della felicità non è MAI la più facile. Come potrebbe essere altrimenti?

Voglio dire, se le cose più belle ci fossero date così, senza bisogno di lottare, senza la bisogno di conquistarcele con tutte le nostre forse, sarebbero ugualmente così belle? “Alla conquista della felicità”, è questo il titolo che darei alla mia vita se fosse un libro. Che poi, a ben vedere, la vita ti aiuta. Manda dei segnali sul tuo cammino, sta a te raccoglierli o meno.

A volte è solo che non vogliamo vedere, e così facendo sprechiamo le occasioni migliori.

Altre volte a fermarci è l’ossessione di avere ciò che ci viene negato, e non ci fermiamo mai a pensare che forse quel qualcosa ci viene negato perché non ne abbiamo bisogno, perché fermerebbe il nostro cammino. A ben rifletterci, le cose migliori che mi sono successe nella vita sono venute da cose che non volevo, che avversavo con tutta me stessa.

E quindi, un promemoria per il futuro: non accanirsi a volere ciò che ci sfugge. Se ci sfugge, vuol dire che è meglio così.

Quando l’amore finisce

E se esistesse una sorte divina legge che impone alle coppie, prima di dimenticarsi, di farsi tanto male quanto amore c’è stato?

Allora forse si potrebbe forse giustificare l’odio profondo, le cattiverie e le bassezze che si riservano gli uomini e le donne che un tempo si amavano e che stanno per lasciarsi… eppure, resto convinta che la prova del nove dell’amore arrivi proprio quando finisce.

Non conta chi ha fatto cosa a chi, non conta il rancore accumulato, le notti bianche e le sere nere, non contano le lacrime, i tradimenti, né il modo in cui un uomo e una donna riescono a sporcarsi mentre l’amore si va lentamente esaurendo, quando il vuoto che lascia è così profondo che potresti annegarci.

Quando due persone smettono di amarsi, se era amore vero te ne accorgi perché il dolore copre ogni altra sensazione, gettando una spessa coperta di cenere sotto quello che un tempo era un gioioso falò.

Lì sotto, ancora viva, resta una scintilla.

Tempo e dolore avanzano tenendosi per mano, e quando gli anni passati scopriranno quello che è rimasto, ti accorgerai che la persona che hai tanto amato è ancora quella a cui auguri tutto il bene e l’amore del mondo.

Tu, che l’hai amata per davvero, sai che se lo merita.

 

Il tempo che non esiste più

Ci baciavamo teneramente, appassionatamente, come se il tempo e le cose del mondo non esistessero più, come se noi stessi non avessimo passato, né presente. Il futuro lo stavamo decidendo allora.

Poi ti sei fermato. Mi hai preso le mani, mi hai guardato negli occhi, serio, e mi hai chiesto se ero davvero felice a Torino. Ti ho risposto di sì, abbiamo sorriso, il tuo sorriso però era triste.

Solo molto dopo ho capito che era il tuo modo di chiedermi se ero felice senza di te.

Un amore fatto di istanti

Anche il bene che ci vogliamo io e te è una forma di amore.
Non è quello dei film, quello che ti spacca il cuore, quello delle lacrime e dei “per sempre”, delle notti buie e degli attimi di esaltazione, quello che la mancanza ti blocca persino il respiro, ma è pur sempre un amore.
Pacato, rispettoso e incredibilmente appassionato, è un amore che sa mettersi da parte senza drammi quando si accorge che no, noi due non siamo fatti per stare insieme.
Non tutte le persone che si amano sono fatte per stare insieme.
Quasi nessuna, per la verità.
È la fine di un ciclo, la volontà di farsi del bene fino in fondo.
Chi l’ha detto che il vero amore è eterno?
Chi ha stabilito che il coronamento ideale è una vita insieme, magari un matrimonio, e poi finire a odiarci e a maledire i giorni in cui la magia è andata svanendo?
Magari l’amore è questione di attimi.
Ogni volta che sei stato dentro di me, io ti ho amato profondamente.
Solo tu nei miei pensieri, nei miei gesti, nel cuore che batteva contro il tuo… e se non era amore quello!
Ogni volta che ho pensato alla tua bocca sulla mia, ogni volta che ho sperato di rivederti presto, ogni volta che non stavo nella pelle al pensiero di noi due nuovamente insieme, seduti a un tavolino a parlare tenendoci la mano… ogni volta, io ti ho amato.
Ogni volta è durato pochi attimi, ma è stato amore.
È amore anche il fatto che stasera sono qui e penso a te e alla nostra ultima volta insieme, al tuo sguardo quando sono scesa dalla macchina, al sorriso triste mentre scivolavamo via, io dentro un portone, tu sulla strada che ti portava via, lontanissimo da me.
Sono qui ed è tardissimo, gli occhi si chiudono, ma ho bisogno di augurarti mentalmente ogni felicità, ho bisogno di scriverlo per non dimenticare che te l’ho detto e che tu hai capito. Noi ci siamo sempre capiti, perché non abbiamo mai creduto di doverci qualcosa.
Abbiamo vissuto di segreti per il mondo, ma non per noi.
Sono attimi che non passano, trattini incisi sulla pelle, tatuaggi della memoria che non andranno mai via, perché ogni corpo è segnato dai corpi che ha vissuto, toccato, amato.
Vivere vuol dire proprio questo.
Probabilmente il segreto dell’amore che dura è dilatare ogni attimo, moltiplicare gli istanti, espanderli fino a coprire la vita, e allora sì, allora sarà amore vero.
E forse sarà per sempre.
Ma a noi sono stati dati solo quegli attimi, che custodirò per sempre nel mio cuore…
Come se fosse amore, perché lo era.

Come back home

È tantissimo tempo ormai che non ce l’ho più con te per i tradimenti, per le bugie, per l’inganno di una storia in cui amavo in te quello che non eri, quello che forse ti sarebbe piaciuto essere e che mostravi al mondo, a me. Non lo so, non ha importanza.

In questi anni ti ho odiato profondamente perché credevo mi avessi portato via l’ingenuità che detestavo, e che invece mi era necessaria come l’aria… credevo mi avessi tolto l’inconsapevolezza, l’ostinata fiducia negli altri, la fede nella sincerità e nell’amore che mi aveva sorretta nei momenti tristi della mia vita, spingendomi a lottare come una furia, sempre.

Ti ho odiato perché ho creduto che mi avessi spezzato il cuore, che fossi stato per me il brusco risveglio da un sogno incredibilmente bello che non avrei rifatto mai più. E sì, per qualche tempo ho seriamente pensato che non sarei mai più stata quella di un tempo, la ragazza con tanti sogni e un’enorme, stupida lealtà nel cuore.

C’è voluto un po’ per capirlo, ma mi sbagliavo.

Mi sbagliavo perché quello che siamo davvero non cambia mai, neanche dopo mille vicissitudini, neanche dopo una vita passata a subire e a vedere puntualmente smentito tutto ciò in cui si crede. Il Vero Io sopravvive anche sotto cumuli di macerie, anzi, vive e urla ancora più forte per far sì che noi torniamo ad ascoltarlo, perché capiamo che non esiste un altro modo di vivere se non essere semplicemente se stessi, nel bene e nel male.

Allora ho capito che non mi avevi portato via niente.

Sono ancora quello che ero, ci è voluto giusto un po’ di tempo per ritrovarmi… ma è valsa la pena fare questo viaggio, perché le cose che ho imparato durante il cammino mi aiutano a vivere meglio, a sentirmi ogni giorno un pochino felice.

È questo il motivo per cui non solo non ti odio, ma ti sono immensamente grata.

La filastrocca dei perduti amanti

Spiaccicai il naso contro il finestrino cercando di capire dove ci trovassimo. Il treno, semideserto in quel martedì d’inizio dicembre, era diretto con oltre due ore di ritardo verso Milano.

I pochi, insonnoliti passeggeri erano perlopiù gente d’affari che aveva sonnecchiato per tutta la durata del viaggio, cullata dal costante ronzio del treno e dall’aria calda che investiva lo scompartimento a ondate regolari. Un’inconsistente patina di brina e nevischio era scesa a sbiancare le dolci curve degli Appennini, rallentando ulteriormente il già disastrato traffico ferroviario.

Sospirai piano e mi morsi forte il labbro, cercando di non farmi prendere dall’ansia.

Era tardi, non sarei mai riuscita a prendere una coincidenza che mi consentisse di arrivare a destinazione prima di mezzanotte, tanto valeva scendere alla prossima fermata, cercarmi un albergo dove passare la notte e riprendere il viaggio il mattino dopo, tranquilla e riposata.

C’è un’inspiegabile magia nei viaggi fatti in treno al calar della sera, nel modo in cui l’oscurità sfreccia fuori i finestrini intervallata da lampi di luce che lasciano dietro di sé minuscole scie, simili a stelle cadenti poste a indicarci attimi e luoghi che non conosceremo mai.

Scesi in una stazione deserta, spazzata da un vento freddo e infuriato che sollevava polvere e carte, facendole volteggiare come coriandoli in minuscoli tornado. La sala d’aspetto era sporca e desolata sotto il fascio di un neon che andava a intermittenza e le pensiline oscillavano pericolosamente, creando strani giochi di ombre sui muri sporchi e scrostati.

Si trattava di una piccola città di mare, di quelle che d’estate venivano letteralmente prese d’assalto da turisti inferociti, ma che d’inverno recuperavano tutta la loro placida e desolata solitudine.

Nel piazzale antistante, i posteggi per pullman si susseguivano vuoti fino a un edificio malandato che sembrava un misto tra un’edicola, un bar e una sorta di biglietteria. Mi avvicinai con tutta la velocità consentita dal valigione che mi trascinavo dietro. Un omone grande e grosso, che da solo occupava quasi l’intero gabbiotto, facendolo sembrare minuscolo, m’informò con un grugnito che l’Hotel più vicino era il San Cristoforo, a duecento metri sempre dritto. Preferii non disturbarlo ulteriormente mentre infilava un enorme dito nel naso e riprendeva in mano la rivista che stava sfogliando al mio arrivo.

Mentre camminavo mi accorgevo di come la città attorno a me cambiasse impercettibilmente. Dopo svariati metri di negozi chiusi e saracinesche abbassate, anonimi portoni di condomini di periferia e bidoni della spazzatura ricolmi, incontrai finalmente il primo ristorante aperto, un take-away cinese, e le luci brillanti e colorate di insegne e vetrine si sommarono alla luce fredda dei lampioni, facendomi intendere con sollievo che se non altro mi stavo dirigendo verso il centro città.

L’albergo era un severo edificio a cinque piani, simile in tutto e per tutto a un palazzo di uffici a eccezione dell’entrata, una porta a vetri con sopra un elaborato stemma che introduceva in un atrio flebilmente illuminato, adornato da un enorme, logoro tappeto e gruppetti di malconce poltrone di pelle.

Mi guardai intorno, intimorita. Il vecchio televisore all’angolo era spento, e dietro il bancone non si vedeva nessuno. “Se non altro di sicuro c’è posto”, constai con sollievo, rendendomi conto che delle cento chiavi ospitate in altrettante minuscole celle la maggior parte erano al loro posto.

Se non si fosse presentato nessuno, avrei dovuto decidermi quantomeno a chiamare.

«Buonasera» dissi quindi, poco convinta.

La mia voce si perse nell’immenso locale. Mi schiarii la gola, avrei dovuto fare di meglio.

«Buonasera!» tuonò una voce appena dietro di me.

Sobbalzai spaventata. Prima che facessi in tempo a voltarmi, un uomo bel oltre la mezza età mi fu davanti. Era alto e smilzo, con la testa pelata e un paio di sopracciglia bianchissime aggrottate fin quasi a formare un unico cespuglio indistinto, e mi fissava con occhi severi sul volto rugoso. Sembrava in attesa di una mia richiesta, così mi riscossi e parlai con quella vocetta bassa e tremante che mi viene quando ho a che fare con degli sconosciuti.

«Volevo sapere se era possibile pernottare qui stanotte…voglio dire, se c’è una camera disponibile.»

La risposta mi colse di sorpresa.

«Sei fortunata, mia cara» disse il vecchio, zoppicando verso il bancone. «Ho l’ultima camera libera. 87, quinto piano. Colazione domattina alle sette, primo piano.»

Lo guardai costernata. Quinto piano? Con tutte quelle stanze libere? Mi tendeva una chiave dorata che dondolava lentamente attaccata a un grosso porta-chiave a forma di mappamondo. Siccome non mi decidevo a prenderla né a parlare, alla fine il suo sorriso si tramutò in cipiglio.

«Be’ è vero, non abbiamo l’ascensore, ma purtroppo è l’ultima disponibile, prendere o lasciare!»

L’idea di lasciare mi spaventava troppo, così presi la chiave e mi feci difilato almeno cento gradini. Quando finalmente strattonai la valigia sul pianerottolo del quinto piano mi sentivo prossima all’infarto. La lampadina di fronte alle scale doveva essersi fulminata, e il corridoio era immerso in una semioscurità intervallata solo da un paio di neon sul soffitto. Tutto l’insieme aveva un aspetto irreale e desolato, col suo silenzio immobile e la moquette scura, ispida e consumata in più punti. Una freccetta indicava che la mia camera era sulla destra, era la penultima e sicuramente l’unica occupata dell’intero piano.

Maledissi tra me l’avarizia e l’ostinatezza di quello che mi era sembrato il portiere: probabilmente quella era l’unica camera che si degnavano di pulire, assegnandola di tanto in tanto a ignari viaggiatori di passaggio.

Dopo aver sistemato il mio beauty-case sulla mensola del bagno e riposto un cambio d’abiti nell’armadio, uscii per mangiare qualcosa. Il portiere non era più al suo posto e la cosa anziché sollevarmi m’innervosiva, correvo il rischio di vedermelo di nuovo sbucare all’improvviso da chissà dove.

In strada mi affrettai verso dove le luci si facevano più fitte e indistinte, alla ricerca di qualcosa da mettere sotto i denti. Ora che l’ansia si era calmata, stavo improvvisamente iniziando a sentire i morsi della fame.

Dopo dieci minuti di cammino mi trovai all’inizio di un viale largo e illuminato, probabilmente il corso centrale della cittadina, costeggiato su entrambi i lati dalle sfavillanti vetrine dei negozi e ornato da arcate di colorate luci natalizie. La gente passeggiava lentamente, in coppia e a piccoli gruppetti di familiari o amici, completamente priva di quel nervosismo frettoloso che ha quando deve correre da qualche parte. L’aria profumava di zucchero filato e costose eau de toilette da signora, piccole folle sostavano nei pressi di caffetterie e tavole calde, che come tante stufe diffondevano attorno a loro calore e odore di cibo.

M’infilai nella prima pizzeria che trovai, un minuscolo locale interamente occupato da tavoli di legno dove alcune persone consumavano tranci di pizza al taglio. Uscendo imboccai senza pensare una stradina laterale, per evitare quella festante confusione serale e l’atmosfera natalizia che mi metteva un’inspiegabile tristezza. Mi spaventai moltissimo quando mi sentii tirare per il cappotto dal basso, come se un cane ne avesse addentato un lembo e lo stesse strattonando a tutta forza.

Mi tirai indietro, emettendo un gridolino spaventato.

La ragazza mi fissò con gli occhioni sgranati, visibilmente dispiaciuta. Si prodigò in frenetici segni con le mani, muovendo anche la bocca che però non emetteva nessun suono, e alla fine abbandonò le braccia in grembo, mortificata e visibilmente esausta per lo sforzo. Era seduta a terra, la lunga gonna rossa attorcigliata alle gambe e uno scialle di cotone nero a coprirle le spalle nude; vestiva come una zingara, ma tutto il resto nel suo aspetto indicava che non lo era affatto: aveva capelli lisci e sottili, così biondi da sembrare bianchi, e la pelle lattea modellata in tratti delicati, spruzzati di lentiggini. In un altro luogo l’avrei definita bellissima, lì per lì pensai solo che sembrava spaventata e triste. Mi guardava supplicante, tendendomi un cesto in vimini foderato di rosso che conteneva una manciata di monete di poco valore. Tirai fuori il portafoglio e impulsivamente vi depositai una banconota.

«Comprati uno scialle caldo» le dissi, non sapendo se avrebbe capito.

Era incredibile come riuscisse a non tremare schiaffeggiata da quella gelida tramontana che riusciva a insinuarsi perfino sotto gli abiti. Lei sorrise e mise via il cesto facendomi segno di allungare la mano. Quando me la prese tra le sue, minuscoli tizzoni di ghiaccio che mi fecero sussultare, pensai volesse leggermela. Invece ci mise dentro un pacchettino di carta ruvida e mi chiuse in pugno, tornando a poggiarsi contro il muro e disinteressandosi completamente a me. Guardai esterrefatta quel piccolo dono e, non sapendo che fare, mormorai una generica frase di saluto e andai via.

Nel tragitto fino all’albergo agitai senza sosta il pacchettino che emetteva un tintinnio simile a quello di un campanello di metallo, e una volta in camera spiegai la carta marrone in cui era avvolto. Se possibile il mio stupore aumentò ancora quando mi trovai tra le mani una bottiglietta di vetro trasparente, ricolma di granelli di sabbia colorati che immaginai essere sali da bagno e chiusa con un tappo di sughero. Sul vetro era incisa una specie di filastrocca:

Animo di mare, vento di tempesta, gridale forte che lei sola non resta

Animo di mare, vento di ponente, dille solo che è sempre nella mia mente

Oh animo soave, pozzo di malinconia, fa si che lei ritorni a esser mia

Era dolce e insieme triste, perfettamente aderente al mio umore di quella sera, e più volte me la ripetei a mente sotto la doccia e poi a letto, mentre scivolavo lentamente nel sonno. Mi risvegliai dopo quelli che mi parvero pochi minuti, improvvisamente all’erta, con la certezza che il mio sonno fosse stato interrotto da qualcosa. Nelle fitte tenebre della stanza riuscivo appena a distinguere la sveglia digitale i cui numeri lampeggiavano debolmente di verde.

Era da poco passata la mezzanotte. Accesi la luce, cercando di capire cosa poteva esser sbattuto o caduto, ma era tutto in ordine: la finestra chiusa, la valigia poggiata contro il muro e i vestiti accatastati sulla sedia. Stavo per ributtarmi il piumone sulla testa, quando lo udii.

Un flebile lamento, un piagnucolio sottile e insistente, sempre uguale, che sembrava provenire dalla stanza accanto. Un brivido che non aveva nulla a che fare col freddo mi percorse la schiena in un guizzo veloce che mi accapponò la pelle. Ero convinta di essere la sola a quel piano.

Probabilmente mi sbagliavo, mi dissi, cercando di mettere a tacere le assurde e macabre fantasie da film dell’orrore di terz’ordine che stavano facendo capolino nei miei pensieri.

Ma il lamento continuava, a tratti più acuto, a tratti interrotto da colpetti simili a singhiozzi.

Non saprei spiegarlo sensatamente, ma qualcosa in quei suoni sconnessi riuscì pian piano a tranquillizzarmi: vi era come una nota tenera e insieme infelice che mi fece percepire il tutto come una richiesta d’aiuto piuttosto che un maleficio. Al di là della parete poteva esserci una persona, con ogni probabilità una donna a giudicare dal timbro quasi musicale del lamento, che forse aveva bisogno d’aiuto. Infilai la vestaglia e con mano tremante girai la chiave nella toppa.

La porta si aprii con l’abituale cigolio e io trattenni il respiro, non udendo più il lamento.

Nel pianerottolo immerso nel buio spiccava la striscia di luce gialla che proveniva dalla porta socchiusa della stanza 88… Allora era vero, c’era qualcuno! Mi avvicinai in punta di piedi, col cuore che mi martellava forte nelle orecchie, e più volte fui sul punto di sgattaiolare in camera senza guardarmi indietro e chiudere la porta a doppia mandata.

Eppure quando ebbi dinanzi a me la porta non esitai a spingerla con forza, non aveva senso aspettare e crogiolarmi nella mia paura. Quello che vidi era strano e normale al tempo stesso.

Nella stanza, un unico locale senza bagno, non c’era nessuno. Per certi versi era una normalissima camera d’albergo – come la mia era arredata con un enorme armadio, un letto a una piazza e mezzo e una scrivania incassata sotto la finestra – ma era addobbata in tutto e per tutto come la stanza di un’adolescente: un piumone a fiori colorava il letto disseminato di cuscini e peluche strapazzati, le tende erano di impalpabile satin rosa, le pareti ricoperte di poster e ovunque era disseminata un’incredibile quantità di  abiti e scarpe femminili.

Un tenue aroma di lavanda impregnava l’aria e stranamente mi calmava. Non c’era nulla da temere, lì. Ma dov’era lei? All’improvviso mi accorsi di un particolare che non avevo notato prima.

Qualcosa brillava sul piumone, tra le morbide onde di stoffa e il caos di pupazzetti.

Mi avvicinai e presi in mano una bottiglietta simile in tutto e per tutto a quella che la mendicante mi aveva regalato la sera prima: conteneva una polvere colorata, quasi fosforescente, ed emanava intorno a sé un’aura di luce che sembrava uno sciroppo d’arcobaleno, tali e tanti erano i colori da non poterli nemmeno distinguere; sul vetro trasparente alcune parole erano vergate in inchiostro nero. Le lessi ad alta voce, dimentica di ogni cosa che non fosse quella meraviglia di luce che avevo tra le mani, e arrivata alla fine seppi istintivamente cosa dovevo fare.

Non l’ho mai raccontato prima ad anima viva e so che può sembrare follia, ma la mia mente macinava ininterrottamente un unico proposito, l’intero mio corpo tendeva verso quella meta.

Era mai possibile che qualcosa di pericoloso, malvagio o addirittura luciferino potesse esser accompagnato da una sensazione così intensa di pace, dalla più serena e lieta convinzione di essere nel giusto? Non riuscivo a crederlo. Seguendo il canto della voce conosciuta, che adesso intonava la filastrocca in una nenia infinita e silenziosa, scesi a perdifiato le scale, attraversai l’atrio vuoto, dominato dalle ombre, e fui nel gelo della notte cittadina.

Nel mio cammino non incontrai nessuno. Attraversai il corso deserto, un luogo fantasma addormentato eppure vigile, che mi scrutava con sospetto mentre avanzavo sicura e raggiante verso la mia meta. Il mare. Passato il corso mi ritrovai in un viale buio, costeggiato da fila di ville con enormi cancelli in ferro battuto che si curvavano su di me, sospetti, mentre un vento sempre più forte strappava le foglie dagli alberi e percuoteva i lampioni rimasti accesi, facendoli sibilare nella loro luce tremolante. Iniziavo a sentire l’aroma del mare, la furia scrosciante e rabbiosamente impotente con cui percuoteva la scogliera artificiale del lungomare.

In lontananza bagliori rossastri annunciavano tuoni il cui eco vibrava soffocato e minaccioso nel silenzio della notte. Di lì a poco sarebbe arrivata una tempesta. Il mare era inferocito, onde sempre più alte ghermivano nuovi lembi di roccia, schiaffeggiando con forza il cemento degli argini.

Presto avrebbe guadagnato la strada, ne ero certa. Non aveva più senso aspettare, era il momento giusto. Mi sporsi più che potevo oltre il muretto che si affacciava sugli scogli, il busto teso verso l’acqua e il viso spruzzato di salsedine e minuscoli getti di acqua salata. Ancora un po’ e sarei caduta, ma non m’importava. Tolsi il tappo della bottiglietta e la capovolsi.

Un miliardo di granelli fatati turbinarono nel nero assoluto dell’aria, affollandola di stelle multicolori che il vento portò sempre più in alto, fino a perdersi nelle nubi scarlatte. Per pochi istanti mi sembrò di essere avvolta nel cielo stellato come in un mantello, e perfino il mare parve acquietarsi. Le stelle pulsavano lampi di luce accecanti, io ridevo ed era così bello…così bello…

Lo stridulo scampanellio della sveglia mi strappò impietosamente al mio sogno. Erano le otto, constatai con disappunto. Infilai gli abiti stropicciati del giorno prima, riservandomi di fare una doccia e cambiarmi al ritorno, e corsi al primo piano sperando di trovare ancora qualcosa di commestibile senza dover affrontare la faccia arcigna del portiere.

Fui piacevolmente sorpresa dalla simpatica cameriera che mi servì un cornetto e mi preparò il cappuccino, mentre due tavoli più in là del mio una coppia in avanti con gli anni chiacchierava in inglese sorseggiando un espresso. Il solo odore del caffè bastò a dissipare le ultime tracce di sonno. Mi sentivo in forma, stranamente riposata nonostante le condizioni del mio letto – strattonato e sventrato fino all’inverosimile – mi avessero indicato che dovevo essermi agitata parecchio durante la notte. Il sogno. Lo ricordavo alla perfezione, il che decisamente non era da me.

«Dormito bene?» la voce della cameriera mi strappò alle mie riflessioni.

Mi stava portando un tazzone fumante e sorrideva gentilmente.

«Si, grazie – ricambiai il sorriso e alzai la testa verso di lei.

Fu allora che mi accorsi dei ritagli di giornale incorniciati e appesi sul muro. Non riuscii a leggere nulla, ma fui immediatamente colpita dalla foto in cui mi sorrideva la ragazzina che mi aveva chiesto l’elemosina la sera prima. Che strano, pensai tra me. Eppure ero certa di non sbagliarmi: stessi lineamenti, stessi capelli sottili e arruffati, candidi nel bianco e nero della foto, e soprattutto stessi grandi occhi malinconici. Tirai la cameriera per l’uniforme, come aveva fatto la ragazza con me il giorno prima.

Lei si girò, stupita.

«Chi è?» chiesi con un nodo in gola.

La ragazza seguì il mio sguardo sulla parete e quando capì a cosa mi riferivo il suo volto si atteggiò a una maschera triste, leggermente affettata.

«Ah, lei!» scosse la testa. «Era la figlia del proprietario dell’albergo. L’avrà conosciuto ieri sera, quand’è arrivata. La poveretta si chiamava Serena, aveva soli diciassette anni quando è morta…è successo dieci anni fa.»

La giovane si interruppe per guardarsi attorno e poi si chinò verso di me con fare cospiratore.

«Pensi, si è suicidata! Il suo fidanzato era un pescatore, morì in mare durante una tempesta, se non sbaglio proprio in questo periodo… Era prima di Natale, comunque. La poveretta non si riprese mai dal colpo e qualche giorno dopo la trovarono in camera con i polsi tagliati. Pensi che è successo proprio qui e…» s’interruppe di colpo, improvvisamente consapevole di aver detto troppo.

Dunque era successo proprio lì! Non avevo bisogno di sapere in quale camera. Seguita dallo sguardo attonito della ragazza e dei due turisti stranieri, uscii quasi correndo dalla sala e in un attimo fui in camera. Cercai a lungo la bottiglietta, buttai all’aria tutti i vestiti e aprii decine di volte ogni cassetto, ma sembrava sparita nel nulla. L’avevo forse sognata? Avevo sognato anche l’incontro della sera prima? Com’era possibile, se lo scontrino della pizza era ancora accartocciato nella tasca del mio giaccone? C’era un unico modo per saperne di più.

Una vaga inquietudine stava rapidamente prendendo il posto dell’agitazione quando mi decisi e abbassai la maniglia della camera 88, convinta di trovarla chiusa come qualsiasi camera non occupata di un hotel. Lo stomaco si contrasse dolorosamente quando la porta cigolò e si spalancò senza alcuna pressione da parte mia. Nella stanza non c’era nulla, né un armadio, né una scrivania, né oggetto alcuno: solo un letto spoglio, e abbandonata sul materasso sporco la mia bottiglietta, vuota, che non luccicava più. La presi con mani tremanti e lessi, vergato in una calligrafia piccola e arrotondata, piena di delicate curve quasi infantili:

Grazie